mercoledì 23 giugno 2010

Vivi ogni cosa.

Come quando quel giorno - pensa te - mi ritrovai in Via degli Zingari a passeggiare sotto braccio con lui. Era lo sfinire d'un Aprile dimenticato dalla grazia di Dio, pioggia e umido, battito regolare, zero sospiri. Mi scoprii accondiscendente persino al suo ritardo, giustificandolo all'acqua di rosa d'un blablabla di macchine e amici cialtroni, tiratardi sotto casa. Al suo arrivo, non lo baciai, nè lui baciò me.

Era il dieci del mese. Non faceva nè freddo, nè caldo, quel giorno. Semplicemente - stava - il dieci aprile, come il proverbiale errore sul tema perfetto.

Non c'erano lucciole, candele, maitre accondiscendenti, al nostro arrivo. Un tavolaccio di legno andava bene, precisamente quello del pub irlandese, dove una scura in due andava più che bene, ma due a testa era meglio. Non sapevamo più stare al mondo. Due letarghi al "nonsocomefare" c'avevano imbalsamato le ossa. Noi non eravamo carne da inverno, nè da estate. Finalmente, nel posto sbagliato, eravamo giusti.

Non mi domandava nulla, quindi decisi di prendere le redini della situazione, azzardando un'intervista inizialmente stanca, via via rincretinita dal luppolo e dai miei piedi sulla sedia davanti.

Maleducata, ma che fa così una signorina?

Una signorina, no, non avrebbe fatto così. Ma io credevo d'averti capito meglio di chiunque altro, e azzardai l'asso dell'attraversare sbronza mentre passava una macchina.

Non morire mai.

E lì, addosso al muro del sorriso, sventolammo bandiera bianca ed azzardammo uno strofinamento al crepuscolo, ché mamme e bambini erano rientrati, e se così non fosse stato, certamente non ce ne saremmo preoccupati.

Credevo d'averti delineato la linea dell'orizzonte, d'averti spiegato l'arte moderna del bicchiere mezzo vuoto conficcato nella tela bianca.

Centomila sigarette dopo, era il ventotto del mese successivo. Piazza Tuscolo appiccicava le suole delle ballerine che odiavi tanto - fanno schifo! - elargite a metà prezzo, per la svendita sull'Appia. Ogni anno la stessa storia - svuota tutto.

Quel giorno sei finalmente riuscito a piangere. Quel giorno, abbiamo perdonato persino il professore stronzo del liceo.

Mente vuota e segatura per terra. Ce ne siamo andati, voltandoci le spalle, negando - stavolta - lo spettacolino al bambino curioso, che c'aveva visti e aveva riso.

Stavolta, ci scommetto, chiede alla mamma perchè i bambini non nascono.

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