lunedì 2 agosto 2010

c'è sempre un miraggio da considerare.

Alghe fritte, fichi e Jethro Tull.
Probabilmente per la prima volta in vita mia porto una collana. E poi ho un bracciale di cuoio, al polso destro. Io, che l'ho sempre voluti portare al sinistro. Mi si sono invertiti i poli del cuore, e della testa, da quella notte, che abbiamo trovato una radura e ci siamo rotolati nella sabbia. Nei miei capelli di paglia e lunghissimi, nemmeno un granello. E' proprio vero, allora, che se canti non ti importa di stonare.
Tante le cose che m'ha regalato questo luglio incredibile, questa folle corsa alle piogge torrenziali, ai fuochi accesi di notte, con noi intorno, tre quarti di luna, tempeste, odore.

Rimandami il futuro, agosto. Fa caldo dentro.

sabato 31 luglio 2010

14 luglio.

Di strada ne abbiamo fatta. Di stratagemmi ne abbiamo immaginati, a volte ci sono riusciti - e giù a ridere - quelle altre volte, invece, meglio tralasciarle. Di pozzanghere ne abbiamo saltate, con le calosce ai piedi, che si volava meglio quando si era più piccoli, quei salti che ci sembravano eterni - oh, oh! - e invece si cadeva nell'acqua nera, che però avremmo volentieri bevuto, nella quale avremmo volentieri sguazzato. Poi, un giorno, siamo cresciuti e abbiamo imparato a nuotare. E, inevitabilmente, quando capisci che puoi stare a galla, cominci a immaginare meno, ché l'ancora di salvezza ha il tuo nome, e i tuoi occhi, e le sopracciglia bionde. Di sorrisi ne abbiamo baciati - ricordi ancora il nome, sono passati mille anni - e la prima volta, banalmente, è finita in uno stritolìo di stomaco e lingue ansiose di bissare, e nemmeno un'angoscia: non ci spaventava il persempre, avendo alle spalle due spicci di sogni, e molti giorni ingloriosi da riscattare. Di mani e penne, ne abbiamo consumate, così come le corde della prima chitarra, tappati i fori dell'aulos con i polpastrelli umidi, giocato a nascondino con gli amici del cuore. Il bagno di notte, quello poi, non puoi dimenticarlo: nuda sirena ti si sbracciava davanti, e aveva il nome più bello, il volto più puro. E' stata la stessa notte nella quale non si è avuto paura di far nascere una stella, quella in cui abbiamo immolato per la prima - e l'ultima, a ben vedere - volta, le Barbie, i terrapieni, la casa sull'albero e l'altalena. Avevamo sedici anni, e stando alle statistiche, siamo durati tutti tragicamente poco. Abbiamo inscenato ingressi trionfali in posti nuovi, che di immaginarli eravamo sfiniti, abbiamo avuto bisogno di masticarli. Abbiamo provato qualche tiro di canna, spacciata per sigaretta aromatizzata al caffè, ci siamo storditi e siamo finiti a dormire con le scarpe sul letto. Quel grande episodio della maturità, che c'ha visti cadere dall'albero, c'ha segnati, sì: trecentomila sigarette dopo affrontavamo scelte importanti e definitive, abbiamo sbattuto la testa e i libri al muro, abbiamo pianto la notte prima dell'esame, superato con il minimo e il massimo dei voti. C'era qualcuno, ad aspettarci dall'altra parte della cornetta, per sapere come fosse andata. Lo stesso qualcuno forse ci ha fatto una sorpresa scontata, facendosi trovare fuori. Non abbiamo dimenticato più l'incredibile bellezza della banalità, dopo quel giorno. Abbiamo sofferto delle perdite e ci siamo ubriacati delle vittorie. Abbiamo ricostruito, ci siamo distrutti, persi e ritrovati davanti allo specchio, un giorno: ci siamo detti - ci scommetto - che non valeva la pena di ridursi così. Abbiamo saltellato per la camera, vergognandoci appena della nostra levità. Ci siamo cercati, abbiamo provato, e adesso ci vengono a dire che ci siamo trovati. Io, piuttosto, dico che non è cambiato niente, se non che da ieri, o da domani, o da cento anni non sei da solo, non sono sola, contro il sole o nella pioggia fa lo stesso, nella marmaglia del trascorso. Il bruco è diventato farfalla.
E adesso, che ho di nuovo sei anni, insegnami a volare nell'acqua e a nuotare nell'aria. Prometto che ogni mattina, quando si spegnerà il falò che abbiamo improvvisato, farò finta di dimenticare come si fa, solo per ricominciare.

giovedì 1 luglio 2010

Non se more...

E' quando te lo dicono, il problema.
Quando avresti potuto farlo benissimo da solo - rallentare, accelerare, stare attento agli stop - e invece ti si piazza tra capo e collo il monito di qualcun altro, seduto alla tua destra.

A lui, non erano mai piaciuti i cartonati con gli animaletti da colorare. Piuttosto, sfogliava Il Capitale al contrario, dentro allo sgabuzzino, facendo gloriosamente finta di avere già imparato a leggere. L'odore dei pomodori pelati dentro quel bugigattolo, quello ancora lo ricorda. Non gli è mai riuscito di intendere l'amore in altro modo, se non come quell'aprire lenta la porta, la nonna che faceva capolino, a dargli i pezzettini di pane con il prosciutto sopra.

E' quando - a ben vedere - te lo dicono, il problema.
Che dovresti lasciar perdere, che quella cosa non fa per te, è ora che apri gli occhi, il mondo è pieno di gente che ti aspetta.

Dagli ad aspettare, pensava. Maria non c'era più, aveva deciso da un giorno all'altro di portarsi via lo spazzolino da denti e il pigiama, da casa sua. La sensazione di quando ti strappano via tutto, quegli oggetti fermi immobili - magari per settimane - a prendere polvere nel cassetto, in attesa di un fuggifuggi salvifico di due genitori stanchi morti dal lavoro e quindi degni di prendersi un giorno di ferie. Di seta e Piper e cucina fusion, non avevano bisogno. Si sfogliavano a vicenda, raccontandosi per ore ed ore storie ripetute mille volte, piene di meravigliose bugie e banalissime verità. Poi, facevano l'amore e si addormentavano, girandosi dall'altra parte.

E' quando te lo dicono, il problema. Che non c'è un modo per cancellarle, quelle storie lì. Che è inutile cercare altrove di rimpinguare il vuoto. Che deve fare il suo corso, come una malattia degenerativa al contrario.

Strafregandosene, maciullava cuori in ogni dove, in cerca di quel senso vago di bellezza e atarassia, che quando lo vivi con qualcuno - dice - così tanto appieno, è praticamente impossibile farselo scivolare addosso.

Guardalo, stasera. Non si è lavato i capelli, non ha messo il viavà sulla macchia d'olio, non si è messo il profumo. Stasera è la sera che trema, perchè lui da un'altra andrà, in cerca di conforto. E quell'altra sta già lì che scotenna i capelli, rammenda i vestiti e si versa addosso l'acquasantiera, sperando di piazzargli un giorno, in camera, lo spazzolino verde e il pigiama del centro commerciale.

... ma se sta male.

venerdì 25 giugno 2010

ventottomaggio

Nel corredo della normalità d'ordinanza, è dato, irrinunciabile, il fatto che siamo cattolici - credenti e cattolici. In realtà quella è l'anomalia, la pazzia con cui ribaltiamo il teorema della nostra semplicità, ma a noi pare tutto molto ordinario, regolamentare. Si crede, e non sembra esserci altra possibilità. [...] le preghiere, il pregare. Il senso di colpa, sempre. Siamo dei disadattati, ma nessuno vuole accorgersene. Crediamo nel Dio dei Vangeli [...]. A. Baricco; Emmaus


Tornato a casa dalla messa del crepuscolo, Marco s'era scoperto nervoso.
Strano, pensava. Di solito le parole confortanti di Don Pietro consolavano e saziavano, e mollemente accompagnavano il finire della giornata, come il ritornello di una canzone ormai conosciuta a memoria - da sempre, ma mai stanca. Invece, appunto, quel giorno, rientrò a casa senza salutare nessuno, la porta dietro le spalle a sbattere. Non aveva dalla sua la giustificazione d'un vento impazzito, di quelli che a metà marzo scotennavano le paraboliche dei palazzoni benpensanti del quartiere dove era nato e dove, se lo era sempre ripromesso, sarebbe morto.
Purtroppo, Marco doveva fare i conti non solo con il suo umore, ma anche - a ben vedere - con le lamentele della madre, inorridita dal suo comportamento. Inorridita, perchè inspiegabile. Alla domanda che si conviene quando si sbattono le porte, rispose ovviamente - niente.

Solo niente.

Il depuratore, da lontano, gorgogliava come al solito.

Lasciati a prendere polvere, per quella sera, i pesi con cui si allenava tutti i giorni e lasciava scapparsi un futuro dagli altri su di lui prospettato, forse per il semplice gusto di farli incazzare, Marco pensava che sarebbe dovuto arrivare per forza qualcosa di terribile, da un momento all'altro.

... che sei nei cieli...

Non consolava, Dio, quel giorno. Era lontano come quella donna, che quel giorno - seduti al bar sotto casa - gli aveva messo una mano sulla spalla, gli aveva sorriso in quella maniera che non avrebbe mai più dimenticato, e gli aveva detto - ciao.

Portandosi appresso i campi di erica e la lanuggine dei pioppi, se n'era andata. Aveva sentenziato un saluto, cui di rimando non gli riuscì di rispondere. Aveva pensato - ricordo - che, almeno, sarebbe sempre rimasto in aria quel - ciao -. Ché l'unico modo per cercare di gestire il futuro è fare promesse.

Quel giorno, Marco, ovviamente ricevette quella telefonata, di cui ancora tutti parlano, di cui ancora ridono e digrignano i musi sdentati i vecchi del quartiere, a rimpinguare quella triste giovinezza che un regime e un lavoro nero, gli avevano portato via, senza essere considerata nemmeno lontanamente degna di nota.

Quant'era bella, raccontacelo, Gloria. Quel giorno che vestita d'avorio e seta si portava a braccetto il papà, lungo la navata centrale della chiesa dove vi eravate dati il primo bacio di nascosto ai chirichetti. Avevate tredici anni e un cassetto pieno di spartiti per il violino che sognavate di far tintinnare insieme, nell'alto dei cieli, alla messa di Natale. Si portava dentro quel segreto tanto vergognoso per gli altri quanto meraviglioso per lei; lo indossava - semplicemente - come il marsupio fuxia il giorno della gita a Calcata, ché le orchidee erano bianche e i fiori di loto letti per le rane.

Bella, di capelli arancioni, l'hai vista immolarsi sull'altare e su quel letto d'ospedale, dove Chicco venne al mondo sano e grassoccio, promettendoti quella tristezza mite ed eterna che è propria delle cose che si odiano e si amano al contempo, e non c'è modo - non ci sarà mai modo - di poter fare diversamente.

Vestito come un ometto, oggi, Chicco ti tiene testa a pallone, durante l'ora d'aria, all'oratorio. E tu hai trent'anni, il luogo comune d'un ufficio bianco e verde in periferia, il compito di vivere, e uno spartito consumato dal tempo, dentro al cassetto.

Tutto ciò che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male; F. Nietzsche

mercoledì 23 giugno 2010

Vivi ogni cosa.

Come quando quel giorno - pensa te - mi ritrovai in Via degli Zingari a passeggiare sotto braccio con lui. Era lo sfinire d'un Aprile dimenticato dalla grazia di Dio, pioggia e umido, battito regolare, zero sospiri. Mi scoprii accondiscendente persino al suo ritardo, giustificandolo all'acqua di rosa d'un blablabla di macchine e amici cialtroni, tiratardi sotto casa. Al suo arrivo, non lo baciai, nè lui baciò me.

Era il dieci del mese. Non faceva nè freddo, nè caldo, quel giorno. Semplicemente - stava - il dieci aprile, come il proverbiale errore sul tema perfetto.

Non c'erano lucciole, candele, maitre accondiscendenti, al nostro arrivo. Un tavolaccio di legno andava bene, precisamente quello del pub irlandese, dove una scura in due andava più che bene, ma due a testa era meglio. Non sapevamo più stare al mondo. Due letarghi al "nonsocomefare" c'avevano imbalsamato le ossa. Noi non eravamo carne da inverno, nè da estate. Finalmente, nel posto sbagliato, eravamo giusti.

Non mi domandava nulla, quindi decisi di prendere le redini della situazione, azzardando un'intervista inizialmente stanca, via via rincretinita dal luppolo e dai miei piedi sulla sedia davanti.

Maleducata, ma che fa così una signorina?

Una signorina, no, non avrebbe fatto così. Ma io credevo d'averti capito meglio di chiunque altro, e azzardai l'asso dell'attraversare sbronza mentre passava una macchina.

Non morire mai.

E lì, addosso al muro del sorriso, sventolammo bandiera bianca ed azzardammo uno strofinamento al crepuscolo, ché mamme e bambini erano rientrati, e se così non fosse stato, certamente non ce ne saremmo preoccupati.

Credevo d'averti delineato la linea dell'orizzonte, d'averti spiegato l'arte moderna del bicchiere mezzo vuoto conficcato nella tela bianca.

Centomila sigarette dopo, era il ventotto del mese successivo. Piazza Tuscolo appiccicava le suole delle ballerine che odiavi tanto - fanno schifo! - elargite a metà prezzo, per la svendita sull'Appia. Ogni anno la stessa storia - svuota tutto.

Quel giorno sei finalmente riuscito a piangere. Quel giorno, abbiamo perdonato persino il professore stronzo del liceo.

Mente vuota e segatura per terra. Ce ne siamo andati, voltandoci le spalle, negando - stavolta - lo spettacolino al bambino curioso, che c'aveva visti e aveva riso.

Stavolta, ci scommetto, chiede alla mamma perchè i bambini non nascono.