Di strada ne abbiamo fatta. Di stratagemmi ne abbiamo immaginati, a volte ci sono riusciti - e giù a ridere - quelle altre volte, invece, meglio tralasciarle. Di pozzanghere ne abbiamo saltate, con le calosce ai piedi, che si volava meglio quando si era più piccoli, quei salti che ci sembravano eterni - oh, oh! - e invece si cadeva nell'acqua nera, che però avremmo volentieri bevuto, nella quale avremmo volentieri sguazzato. Poi, un giorno, siamo cresciuti e abbiamo imparato a nuotare. E, inevitabilmente, quando capisci che puoi stare a galla, cominci a immaginare meno, ché l'ancora di salvezza ha il tuo nome, e i tuoi occhi, e le sopracciglia bionde. Di sorrisi ne abbiamo baciati - ricordi ancora il nome, sono passati mille anni - e la prima volta, banalmente, è finita in uno stritolìo di stomaco e lingue ansiose di bissare, e nemmeno un'angoscia: non ci spaventava il persempre, avendo alle spalle due spicci di sogni, e molti giorni ingloriosi da riscattare. Di mani e penne, ne abbiamo consumate, così come le corde della prima chitarra, tappati i fori dell'aulos con i polpastrelli umidi, giocato a nascondino con gli amici del cuore. Il bagno di notte, quello poi, non puoi dimenticarlo: nuda sirena ti si sbracciava davanti, e aveva il nome più bello, il volto più puro. E' stata la stessa notte nella quale non si è avuto paura di far nascere una stella, quella in cui abbiamo immolato per la prima - e l'ultima, a ben vedere - volta, le Barbie, i terrapieni, la casa sull'albero e l'altalena. Avevamo sedici anni, e stando alle statistiche, siamo durati tutti tragicamente poco. Abbiamo inscenato ingressi trionfali in posti nuovi, che di immaginarli eravamo sfiniti, abbiamo avuto bisogno di masticarli. Abbiamo provato qualche tiro di canna, spacciata per sigaretta aromatizzata al caffè, ci siamo storditi e siamo finiti a dormire con le scarpe sul letto. Quel grande episodio della maturità, che c'ha visti cadere dall'albero, c'ha segnati, sì: trecentomila sigarette dopo affrontavamo scelte importanti e definitive, abbiamo sbattuto la testa e i libri al muro, abbiamo pianto la notte prima dell'esame, superato con il minimo e il massimo dei voti. C'era qualcuno, ad aspettarci dall'altra parte della cornetta, per sapere come fosse andata. Lo stesso qualcuno forse ci ha fatto una sorpresa scontata, facendosi trovare fuori. Non abbiamo dimenticato più l'incredibile bellezza della banalità, dopo quel giorno. Abbiamo sofferto delle perdite e ci siamo ubriacati delle vittorie. Abbiamo ricostruito, ci siamo distrutti, persi e ritrovati davanti allo specchio, un giorno: ci siamo detti - ci scommetto - che non valeva la pena di ridursi così. Abbiamo saltellato per la camera, vergognandoci appena della nostra levità. Ci siamo cercati, abbiamo provato, e adesso ci vengono a dire che ci siamo trovati. Io, piuttosto, dico che non è cambiato niente, se non che da ieri, o da domani, o da cento anni non sei da solo, non sono sola, contro il sole o nella pioggia fa lo stesso, nella marmaglia del trascorso. Il bruco è diventato farfalla.
E adesso, che ho di nuovo sei anni, insegnami a volare nell'acqua e a nuotare nell'aria. Prometto che ogni mattina, quando si spegnerà il falò che abbiamo improvvisato, farò finta di dimenticare come si fa, solo per ricominciare.
sabato 31 luglio 2010
giovedì 1 luglio 2010
Non se more...
E' quando te lo dicono, il problema.
Quando avresti potuto farlo benissimo da solo - rallentare, accelerare, stare attento agli stop - e invece ti si piazza tra capo e collo il monito di qualcun altro, seduto alla tua destra.
A lui, non erano mai piaciuti i cartonati con gli animaletti da colorare. Piuttosto, sfogliava Il Capitale al contrario, dentro allo sgabuzzino, facendo gloriosamente finta di avere già imparato a leggere. L'odore dei pomodori pelati dentro quel bugigattolo, quello ancora lo ricorda. Non gli è mai riuscito di intendere l'amore in altro modo, se non come quell'aprire lenta la porta, la nonna che faceva capolino, a dargli i pezzettini di pane con il prosciutto sopra.
E' quando - a ben vedere - te lo dicono, il problema.
Che dovresti lasciar perdere, che quella cosa non fa per te, è ora che apri gli occhi, il mondo è pieno di gente che ti aspetta.
Dagli ad aspettare, pensava. Maria non c'era più, aveva deciso da un giorno all'altro di portarsi via lo spazzolino da denti e il pigiama, da casa sua. La sensazione di quando ti strappano via tutto, quegli oggetti fermi immobili - magari per settimane - a prendere polvere nel cassetto, in attesa di un fuggifuggi salvifico di due genitori stanchi morti dal lavoro e quindi degni di prendersi un giorno di ferie. Di seta e Piper e cucina fusion, non avevano bisogno. Si sfogliavano a vicenda, raccontandosi per ore ed ore storie ripetute mille volte, piene di meravigliose bugie e banalissime verità. Poi, facevano l'amore e si addormentavano, girandosi dall'altra parte.
E' quando te lo dicono, il problema. Che non c'è un modo per cancellarle, quelle storie lì. Che è inutile cercare altrove di rimpinguare il vuoto. Che deve fare il suo corso, come una malattia degenerativa al contrario.
Strafregandosene, maciullava cuori in ogni dove, in cerca di quel senso vago di bellezza e atarassia, che quando lo vivi con qualcuno - dice - così tanto appieno, è praticamente impossibile farselo scivolare addosso.
Guardalo, stasera. Non si è lavato i capelli, non ha messo il viavà sulla macchia d'olio, non si è messo il profumo. Stasera è la sera che trema, perchè lui da un'altra andrà, in cerca di conforto. E quell'altra sta già lì che scotenna i capelli, rammenda i vestiti e si versa addosso l'acquasantiera, sperando di piazzargli un giorno, in camera, lo spazzolino verde e il pigiama del centro commerciale.
... ma se sta male.
Quando avresti potuto farlo benissimo da solo - rallentare, accelerare, stare attento agli stop - e invece ti si piazza tra capo e collo il monito di qualcun altro, seduto alla tua destra.
A lui, non erano mai piaciuti i cartonati con gli animaletti da colorare. Piuttosto, sfogliava Il Capitale al contrario, dentro allo sgabuzzino, facendo gloriosamente finta di avere già imparato a leggere. L'odore dei pomodori pelati dentro quel bugigattolo, quello ancora lo ricorda. Non gli è mai riuscito di intendere l'amore in altro modo, se non come quell'aprire lenta la porta, la nonna che faceva capolino, a dargli i pezzettini di pane con il prosciutto sopra.
E' quando - a ben vedere - te lo dicono, il problema.
Che dovresti lasciar perdere, che quella cosa non fa per te, è ora che apri gli occhi, il mondo è pieno di gente che ti aspetta.
Dagli ad aspettare, pensava. Maria non c'era più, aveva deciso da un giorno all'altro di portarsi via lo spazzolino da denti e il pigiama, da casa sua. La sensazione di quando ti strappano via tutto, quegli oggetti fermi immobili - magari per settimane - a prendere polvere nel cassetto, in attesa di un fuggifuggi salvifico di due genitori stanchi morti dal lavoro e quindi degni di prendersi un giorno di ferie. Di seta e Piper e cucina fusion, non avevano bisogno. Si sfogliavano a vicenda, raccontandosi per ore ed ore storie ripetute mille volte, piene di meravigliose bugie e banalissime verità. Poi, facevano l'amore e si addormentavano, girandosi dall'altra parte.
E' quando te lo dicono, il problema. Che non c'è un modo per cancellarle, quelle storie lì. Che è inutile cercare altrove di rimpinguare il vuoto. Che deve fare il suo corso, come una malattia degenerativa al contrario.
Strafregandosene, maciullava cuori in ogni dove, in cerca di quel senso vago di bellezza e atarassia, che quando lo vivi con qualcuno - dice - così tanto appieno, è praticamente impossibile farselo scivolare addosso.
Guardalo, stasera. Non si è lavato i capelli, non ha messo il viavà sulla macchia d'olio, non si è messo il profumo. Stasera è la sera che trema, perchè lui da un'altra andrà, in cerca di conforto. E quell'altra sta già lì che scotenna i capelli, rammenda i vestiti e si versa addosso l'acquasantiera, sperando di piazzargli un giorno, in camera, lo spazzolino verde e il pigiama del centro commerciale.
... ma se sta male.
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