venerdì 25 giugno 2010

ventottomaggio

Nel corredo della normalità d'ordinanza, è dato, irrinunciabile, il fatto che siamo cattolici - credenti e cattolici. In realtà quella è l'anomalia, la pazzia con cui ribaltiamo il teorema della nostra semplicità, ma a noi pare tutto molto ordinario, regolamentare. Si crede, e non sembra esserci altra possibilità. [...] le preghiere, il pregare. Il senso di colpa, sempre. Siamo dei disadattati, ma nessuno vuole accorgersene. Crediamo nel Dio dei Vangeli [...]. A. Baricco; Emmaus


Tornato a casa dalla messa del crepuscolo, Marco s'era scoperto nervoso.
Strano, pensava. Di solito le parole confortanti di Don Pietro consolavano e saziavano, e mollemente accompagnavano il finire della giornata, come il ritornello di una canzone ormai conosciuta a memoria - da sempre, ma mai stanca. Invece, appunto, quel giorno, rientrò a casa senza salutare nessuno, la porta dietro le spalle a sbattere. Non aveva dalla sua la giustificazione d'un vento impazzito, di quelli che a metà marzo scotennavano le paraboliche dei palazzoni benpensanti del quartiere dove era nato e dove, se lo era sempre ripromesso, sarebbe morto.
Purtroppo, Marco doveva fare i conti non solo con il suo umore, ma anche - a ben vedere - con le lamentele della madre, inorridita dal suo comportamento. Inorridita, perchè inspiegabile. Alla domanda che si conviene quando si sbattono le porte, rispose ovviamente - niente.

Solo niente.

Il depuratore, da lontano, gorgogliava come al solito.

Lasciati a prendere polvere, per quella sera, i pesi con cui si allenava tutti i giorni e lasciava scapparsi un futuro dagli altri su di lui prospettato, forse per il semplice gusto di farli incazzare, Marco pensava che sarebbe dovuto arrivare per forza qualcosa di terribile, da un momento all'altro.

... che sei nei cieli...

Non consolava, Dio, quel giorno. Era lontano come quella donna, che quel giorno - seduti al bar sotto casa - gli aveva messo una mano sulla spalla, gli aveva sorriso in quella maniera che non avrebbe mai più dimenticato, e gli aveva detto - ciao.

Portandosi appresso i campi di erica e la lanuggine dei pioppi, se n'era andata. Aveva sentenziato un saluto, cui di rimando non gli riuscì di rispondere. Aveva pensato - ricordo - che, almeno, sarebbe sempre rimasto in aria quel - ciao -. Ché l'unico modo per cercare di gestire il futuro è fare promesse.

Quel giorno, Marco, ovviamente ricevette quella telefonata, di cui ancora tutti parlano, di cui ancora ridono e digrignano i musi sdentati i vecchi del quartiere, a rimpinguare quella triste giovinezza che un regime e un lavoro nero, gli avevano portato via, senza essere considerata nemmeno lontanamente degna di nota.

Quant'era bella, raccontacelo, Gloria. Quel giorno che vestita d'avorio e seta si portava a braccetto il papà, lungo la navata centrale della chiesa dove vi eravate dati il primo bacio di nascosto ai chirichetti. Avevate tredici anni e un cassetto pieno di spartiti per il violino che sognavate di far tintinnare insieme, nell'alto dei cieli, alla messa di Natale. Si portava dentro quel segreto tanto vergognoso per gli altri quanto meraviglioso per lei; lo indossava - semplicemente - come il marsupio fuxia il giorno della gita a Calcata, ché le orchidee erano bianche e i fiori di loto letti per le rane.

Bella, di capelli arancioni, l'hai vista immolarsi sull'altare e su quel letto d'ospedale, dove Chicco venne al mondo sano e grassoccio, promettendoti quella tristezza mite ed eterna che è propria delle cose che si odiano e si amano al contempo, e non c'è modo - non ci sarà mai modo - di poter fare diversamente.

Vestito come un ometto, oggi, Chicco ti tiene testa a pallone, durante l'ora d'aria, all'oratorio. E tu hai trent'anni, il luogo comune d'un ufficio bianco e verde in periferia, il compito di vivere, e uno spartito consumato dal tempo, dentro al cassetto.

Tutto ciò che si fa per amore, è sempre al di là del bene e del male; F. Nietzsche

mercoledì 23 giugno 2010

Vivi ogni cosa.

Come quando quel giorno - pensa te - mi ritrovai in Via degli Zingari a passeggiare sotto braccio con lui. Era lo sfinire d'un Aprile dimenticato dalla grazia di Dio, pioggia e umido, battito regolare, zero sospiri. Mi scoprii accondiscendente persino al suo ritardo, giustificandolo all'acqua di rosa d'un blablabla di macchine e amici cialtroni, tiratardi sotto casa. Al suo arrivo, non lo baciai, nè lui baciò me.

Era il dieci del mese. Non faceva nè freddo, nè caldo, quel giorno. Semplicemente - stava - il dieci aprile, come il proverbiale errore sul tema perfetto.

Non c'erano lucciole, candele, maitre accondiscendenti, al nostro arrivo. Un tavolaccio di legno andava bene, precisamente quello del pub irlandese, dove una scura in due andava più che bene, ma due a testa era meglio. Non sapevamo più stare al mondo. Due letarghi al "nonsocomefare" c'avevano imbalsamato le ossa. Noi non eravamo carne da inverno, nè da estate. Finalmente, nel posto sbagliato, eravamo giusti.

Non mi domandava nulla, quindi decisi di prendere le redini della situazione, azzardando un'intervista inizialmente stanca, via via rincretinita dal luppolo e dai miei piedi sulla sedia davanti.

Maleducata, ma che fa così una signorina?

Una signorina, no, non avrebbe fatto così. Ma io credevo d'averti capito meglio di chiunque altro, e azzardai l'asso dell'attraversare sbronza mentre passava una macchina.

Non morire mai.

E lì, addosso al muro del sorriso, sventolammo bandiera bianca ed azzardammo uno strofinamento al crepuscolo, ché mamme e bambini erano rientrati, e se così non fosse stato, certamente non ce ne saremmo preoccupati.

Credevo d'averti delineato la linea dell'orizzonte, d'averti spiegato l'arte moderna del bicchiere mezzo vuoto conficcato nella tela bianca.

Centomila sigarette dopo, era il ventotto del mese successivo. Piazza Tuscolo appiccicava le suole delle ballerine che odiavi tanto - fanno schifo! - elargite a metà prezzo, per la svendita sull'Appia. Ogni anno la stessa storia - svuota tutto.

Quel giorno sei finalmente riuscito a piangere. Quel giorno, abbiamo perdonato persino il professore stronzo del liceo.

Mente vuota e segatura per terra. Ce ne siamo andati, voltandoci le spalle, negando - stavolta - lo spettacolino al bambino curioso, che c'aveva visti e aveva riso.

Stavolta, ci scommetto, chiede alla mamma perchè i bambini non nascono.